Natale- Elogio allo stupore perduto

di p. Beniamino Depalma c.m.

Respiriamo in questo periodo atmosfere particolari preparando la festa del Natale. Con il trascorrere dei giorni e l’avvicinarsi della data canonica dell’evento, che non smette di polarizzare attenzione, pensieri, preoccupazioni, ci sentiamo tutti coinvolti. Sempre più saremo travolti da una valanga di espressioni beneauguranti. Sincere o meno che siano, ce le aspettiamo da parenti, amici, conoscenti. Perché… “Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza; / ognuno adda tené chistu penziero”, prendendo a prestito una espressione di Totò riferita a un contesto del tutto differente. Ne ‘A livella il famoso personaggio richiama, infatti, la tradizione consolidata di onorare i defunti quasi come un bisogno cultuale di recuperare la memoriaper non smarrire la consapevolezza sia delle radici che del fragile e ineluttabile destino della vita terrena.

Mo’ vene Natale! Convenzione o tradizione, non è consentito sottrarsi al dovere di sintonizzarsi con simile circostanza, consacrata ormai come un “rito sociale”, inserita tra le convenzioni che ciclicamente tornano a imprimere un guizzo di vitalità e di leggerezza a una esistenza per tanti versi faticosa e colma di attese deluse, ma che saranno di nuovo riformulate e incartate in speranze sempre più incerte. Come ignorare la realtà drammatica che ci tiene di continuo in allarme con eventi imprevisti e destabilizzanti anche recenti?

Qualche semplice considerazione si impone a noi credenti perché abbiano profondità i sentimenti e le emozioni che accompagnano questo momento e tornano a riscaldarci il cuore, a illuminare gli sguardi. Come al solito, la società dei consumi ci previene anticipando il Natale nelle vetrine decorate e scintillanti, soprattutto nei supermercati e centri commerciali, le moderne cattedrali che trasformano i devoti in clienti. Questione di marketing e di business.

Quale, allora, il significato di questa ricorrenza che si percepisce, più di altre, intrisa di poesia e di magia? 

Nel mistero della nascita del Signore è la Trinità che si fa carne, presenza, dialogo. E a noi viene concesso di adorare la convivialità divina che si dona come esperienza e si fa modello per ogni relazione umanizzante. Sappiamo che il desiderio tipicamente materno del nostro Dio è di voler dimorare in mezzo ai suoi figli. Più che una salvezza, meglio da identificare e sempre ardua da giustificare di fronte alla violenza gratuita e al dolore innocente ancora tenaci nella convivenza tra gli uomini e i popoli, è proprio questo il contenuto del “lieto annuncio”: l’avvento del Signore non ha sovvertito le leggi della natura, non ha riplasmato l’universo, non ha trasformato la storia dall’esterno, non ha risolto i problemi, perché è l’uomo ad essere stato trasfigurato. Un progetto per il quale Dio si compromette garantendo la sua compagnia a chiunque (ferito, smarrito, escluso, oppresso) lo accoglie nella propria solitudine. La promessa messianica non è di venire risparmiati dalla fatica del vivere, ma di essere sostenuti nel trasformare ogni sentiero quotidiano in un cammino verso una meta luminosa e affascinante che è il senso della vita stessa. Se di salvezza, pertanto, ci è consentito parlare è piuttosto in una dimensione alternativa alla mediocrità, alla nausea, all’utilizzo improprio di questo tempo da consumare nella “casa comune” (il creato) e sottoposto a un impietoso conto alla rovescia, come i granelli di sabbia in una clessidra. 

“Se Dio fosse nato anche mille volte a Betlemme, ma non nasce in te, allora è nato invano!” (s. Ambrogio). È proprio questo il lato più scomodo dell’evento natalizio: diventare folli della stessa follia di Dio!  

Nel groviglio delle nostre strade il bambino partorito dalla santa Vergine è venuto a tracciare percorsi di autentica umanità parlando di accoglienza, di giustizia, di pace, di tenerezza, di misericordia, di trasgressione, di coraggio.

Ma Egli torna ogni santo giorno come un mendicante a picchiare sulla porta delle nostre vite per chiederci un po’ di spazio dentro le nostre storie. Propone ai suoi discepoli di imitare Lui, azzeratore di ogni distanza e di ogni differenza: tutto il resto è accessorio, ridondante, inutile. Gesù torna per spiegarci ancora l’esigente lezione del metterci in cammino non verso un cielo astratto e narcotizzante, ma per varcare – qui e ora – la soglia dei nostri perimetri esistenziali ristretti. Egli viene per spezzare le sbarre delle prigioni interiori che si chiamano pregiudizi, presunzioni, prevaricazioni. Irrompe con il suo Spirito scoperchiando il soffitto delle ipocrisie e scardinando le clausure delle nostre malinconie.

Credo che una sfida attuale e urgente per la teologia, la spiritualità, la pastorale proposte nelle comunità cristiane sia riuscire a coniugare “verità di Dio” e “verità dell’uomo”. È questo, a mio avviso, la terribile provocazione racchiusa nel mistero della incarnazione del Verbo. Abbiamo uno stile sinodale tutto da imparare e da praticare e le vie profetiche ribadite dal Concilio Vaticano II da percorrere. Su di esse incontreremo di certo Maria di Nazaret che ci accompagna con la sua dolcezza a celebrare la presenza di Dio nel cuore spesso oscuro dell’umanità.

Auguri non di “compleanno” a Gesù Cristo. Ma a noi per un Natale diverso. Come mai vissuto finora. Significativo nella misura in cui lasceremo che venga a destarci nell’anima la nostalgia e lo stupore grato della paternità di Dio a cui dare lo spessore di una fraternità vera, concreta e gioiosa verso tutti. A cominciare da chi ci vive ora accanto.

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