Trent’anni i musica sui gigli Felice Forino, non solo sax

La famiglia Forino è la storia della musica della Festa dei Gigli. Franco e Felice Forino, sono tra i più bravi e importanti sassofonisti che suonano per la Festa dei Gigli. Un vero punto di riferimento per i più giovani. Dopo Franco è venuto il turno di conoscere Felice. Dagli esordi fino ad arrivare ai nostri giorni. “Sono un sassofonista per la festa dei gigli e non. Mi sono formato da piccolo, con la passione per la musica, grazie alla mia famiglia, in particolare grazie ai miei nonni. Ero affascinato dalla festa dei gigli, in particolar modo dai musicisti. Mi colpiva il sassofono, ed infatti, nelle occasioni particolari, come le bandiere, insieme a tutti i ragazzi, andavo dietro le bande ed ero affascinato dal sassofono, dal suo luccichio, dal suo suono. Da lì ho intrapreso i miei studi. Ho iniziato come clarinettista, il mio primo maestro fu Pasquale Acierno”. Come hai iniziato questo percorso e la tua carriera?
“Dopo essere entrato al conservatorio, a 14 anni, il mio percorso dei gigli è iniziato nel 1990, con i parenti e amici cari, insieme a mio fratello Franco. Iniziammo a fare varie serate, ma poi, verso i 16 anni, mio cugino Gaetano Cassese, telefono a casa e durante la telefonata mi sentì suonare e mi chiese se fossi interessato ad andare a casa sua. Ero molto timido ma andai. Dopo un mesetto mi chiese se fossi interessato a suonare sul giglio dell’ortolano. In quegli anni era solito che un musicista si occupasse della musica di più corporazioni. Impaurito volevo rifiutare ma mi convinse, insieme sempre a mio fratello Franco”.
Qual è la tua composizione più importante?
“Secondo me è stata la “Danza della forza”, beccaio 2010, perché abbiamo attuato un ritmo diverso sul giglio. Con questo ritmo e strumenti particolari, creammo un sound diverso, e le parole nacquero da una mia idea, che emulassero la forza giglistica, ed insieme ad Armando Della Pia ci addentrammo in questa creazione. Molte volte ho partecipato alla creazione anche dei testi”. Quali sono i nomi che ti sono stati di ispirazione o da guida nel corso della vostra carriera?
“All’inizio io e mio fratello partimmo insieme, dal 1990 al 1994 ero primo sassofonista e Franco suonava insieme a me. Poi nel 1995 fui chiamato per il servizio di leva militare, e questa cosa comportò un mio distacco e volutamente lasciai la gestione a Franco, ma tra noi non c’è mai stata rivalità, ma solo altruismo, perché lui voleva che io continuassi ad essere il primo sassofonista ma io volevo la stessa cosa per lui. Mi accorsi per il bene della nostra fanfara che doveva essere lui il primo. Nel 2000 ci dividemmo per la prima volta. Un esperimento che non andò male, all’epoca, entrambi potevamo dire la nostra anche separatamente. Un sassofonista che suona sul giglio, ha una sinergia con quest’ultimo, quindi per un musicista giglistico questa cosa fa andare in estasi, ed avendola già vissuta volevo tornare ad assaporare quelle emozioni da primo sassofonista. Ci furono i maestri di festa che ci diedero queste opportunità, nel 2004, anche se mio fratello Franco non suonò, di formare definitivamente due fanfare divise, con lo stesso nome però, e quindi decidemmo, sempre con spirito di fratellanza, di cogliere questa occasione. Dal 2005, quando Franco tornò a suonare per un giglio, ufficialmente eravamo due primi sassofonisti della festa dei gigli con due fanfare diverse”.
Nelle tue composizioni seguite un filone, una tematica? (Anche se la musica dei gigli è come se fosse un genere a se)
“Un musicista, a parer mio, non propone un filone, ma sono le proprie idee che vanno avanti, sempre in base a degli studi precisi. Cercavo di apportare i miei studi e le mie co-noscenze nella creazione delle canzoni. Ho sempre cercato di portare delle novità, di dire la mia. Per fare un esempio, all’inizio degli anni 2000, le canzoni nel ritornello si alzavano di un tono rendendola più coinvolgente. Io ho fratto la stessa cosa con la musica dei gigli, e sono stato tra i primi. Mi ricordo che, quando ero ragazzo, l’attenti lo faceva solo il sassofono. Noi abbiamo proposto una versione che coinvolgesse tutta la fanfara (e quindi pic-cola banda, basso, ecc.), che poi è la versione che si usa oggi. Alla fine è stata una sperimentazione, e un continuo proporre la propria idea, con tempi però sempre dettati dalle spalle.”
Peso culturale della festa nelle melodie. Qual è stato il tuo con-tributo sotto questo punto di vista?
“Quando ero piccolo, sul giglio si suonava la musica da banda, per cui non c’era una vera e propria tradizione musicale. Magari cambiavano le ritmiche, per adattarli alle marce e alle girate, ma era sempre musica da banda. Successivamente con Giannino, Cassese, Saccone, e ancora dopo le fanfare attuali, si sono introdotte le ritmiche che conosciamo, che poi sono quelle che caratterizzano questo genere musicale. Il nostro modo di fare musica è unico al mondo. In passato fui intervistato da un etnomusicologo della Sapienza di Roma che sottolineava proprio questa unicità della musica dei gigli, nello stile e nei ritmi. Quindi ricapitolando c’è stata l’epoca bandistica, poi Tonino Giannino che è stato un po’ il papà dei sassofonisti moderni, poi noi giovani abbiamo introdotto questo tipo di musica un po’ più cadenzato. Tra noi, Cesarano è stato quello che ha avuto più successo sotto questo punto di vista. In ultimo mi sento di dire che io e mio fratello Franco, abbiamo apportato piccole modifiche al riff, e oggi si è molto diffuso tra le varie fanfare”.
Ultimamente si parla spesso del fatto che le nuove generazioni perdano sempre di più interesse e passione nei confronti della festa. Quale potrebbe essere un modo per rendere più partecipi i giovani?
“Secondo me bisogna adattarsi al momento. Per rendere più vicini i giovani bisogna fare la musica che gli appartiene, quindi riprendere il rap o il trap. E sto notando che molti ragazzi si stanno effettivamente avvicinando. Quindi bisogna prendere la musica che già cono-scono e proporgliela in uno stile diverso, che è quello della musica dei gigli. Poi non è solo un questione musicale. Secondo me bisogna dare la festa ai giovani. Per esempio, le paranze devono rimodernarsi e davanti al giglio devono esserci dei giovani che abbiano carisma e che sappiano coinvolgere”.

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