Nola nei Musei di tutto il mondo

di Mario Cesarano

Non capita raramente che chi va in giro per musei in Europa si ritrovi di fronte a una vetrina con dentro esposte meraviglie dell’antichità provenienti da Nola. Anzi capita molto spesso. Questo si deve al fatto che a partire dalla prima metà del ‘700 si diffonde in tutta Europa un fenomeno culturale chiamato “Etruscheria”. Tutto nasce in Toscana, a Firenze, dove la famiglia che governa, i famosi Medici, per legittimare la propria posizione di potere cerca di dimostrare che essa discende dagli antichi Etruschi, che avevano governato nella regione nei tempi antichi. I Medici cercano di far credere che il loro nome venisse da un termine diffuso in molte lingue dell’Italia antica, meddix, presente anche a Nola, che indica un magistrato supremo. Fanno stampare un libro dal titolo De Etruria regali (che potremmo tradurre con L’Etruria dei re) e da qui si diffonde un vero e proprio culto per gli antichi Etruschi. Dal momento che alcuni storici hanno tramandato che gli Etruschi un tempo avevano regnato su tutta la penisola italica, si crede che tutte le antichità che si scavano nel sottosuolo ovunque in Italia più antiche dell’affermarsi dei Romani siano etrusche. A Nola, dove già da tempo nelle campagne venivano trovate tombe con antichi vasi, si comincia a scavare ovunque fuori città, specialmente nella zona di Via San Massimo, via Mario De Sena, Piazza d’Armi e via Polveriera. Le tombe antiche che si rinvengono sono migliaia. In città il marchese Felice Maria Mastrilli crea una favolosa collezione di vasi antichi figurati che tutti gli studiosi del tempo credono essere etruschi. La sua collezione, famosissima a partire da circa il 1740, si arricchisce al punto tale da dover essere trasferita in un più grande palazzo a Napoli, sempre di proprietà del marchese nolano. Pochi anni dopo viene inaugurato il nuovo Seminario Vescovile (quello che vediamo oggi) ai piedi della collina di Sant’Angelo per volontà del vescovo Trojano Caracciolo del Sole e al suo interno allestito un meraviglioso museo, diretto dal padre Gianstefano Remondini. Costui scava migliaia di sepolture e espone nel museo vasi, frammenti di statue di marmo e di terracotta, lastre di tufo dipinte e monete. Remondini scopre anche ad Avella la più lunga iscrizione in lingua osca, quella parlata dai Sanniti, il popolo che abitava Nola prima della conquista dei Romani. Si tratta del famoso Cippus Abellanus, esposto ancora oggi al Seminario di Nola.

A Nola giungono da tutta Europa nobili, persino re e regine, per scavare con le loro mani e trarre dalle antiche tombe i vasi antichi o per acquistarne. I Borbone, re di Napoli, emanano alcune leggi per contrastare la fuoriuscita dal regno dei beni più belli e preziosi, ma proprio Nola diventa uno dei centri del mercato clandestino di vasi antichi. Si assiste a una vera e propria emorragia. Numerose sono le inchieste per contrastare gli scavi illeciti, che spesso coinvolgono quelle stesse persone che devono far rispettare la legge. Nel 1785 lo stesso governatore della città di Nola, Sebastianno Buondonno, è accusato di fare scavi clandestini. Col tempo si comprende che i vasi non sono opera degli Etruschi, ma degli antichi Greci. La maggior parte di essi è prodotta ad Atene, città capitale della regione greca Attica, vera e propria potenza del Mediterraneo antico, tra il VI e il IV secolo a.C. I primi hanno figure nere su un fondo chiaro, mentre i più recenti (e più famosi e numerosi) hanno figure rosse su fondo nero. Rappresentano tutti i miti che conosciamo dell’antica Grecia, gli stessi che vennero assimilati dagli antichi popoli che abitavano l’Italia. Nola ebbe rapporti molto stretti con Atene attraverso Napoli, controllata nel V secolo a.C. dalla potenza greca. Nola costituì per Atene uno dei maggiori rifornitori di grano e altri prodotti agricoli, ma anche di mercenari. Si spiega così la grande quantità di vasi di Atene diffusi nelle tombe degli antichi Nolani.

Tra gli innumerevoli personaggi che tra il ‘700 e l’’800 giungono a Nola per approvvigionarsi di antichi vasi attici si annoverano il potente ambasciatore inglese Hamilton, il generale austriaco Koller, il duca di Blacas francese, il conte polacco Potocki, i principi russi Galitzin, il conte di Lamberg e tantissimi altri ancora. Accanto a loro i vescovi nolani fino a Vincenzo Maria Torrusio, morto nel 1823, e il nobile Pietro Vivenzio.

Le loro collezioni finiscono per disperdersi e confluire nei musei di tutto il mondo, da quello di Napoli, nato come Real Museo Borbonico e oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli, al British Museum di Londra, al Louvre di Parigi, all’Ermitage di San Pietroburgo, ai Musei di Berlino e di Vienna. Gli oggetti antichi provenienti dalle sepolture di Nola sono numerosissimi, soprattutto vasi, anche nei musei d’America, perfino a Cuba. Vi sono giunti in un’epoca in cui le leggi cercavano di regolamentare la loro esportazione ma non ad evitarla completamente. Oggi le cose sono cambiate e tutto ciò che viene dal sottosuolo è considerato proprietà dello Stato, ovvero del popolo italiano, dal momento che ne costituisce traccia dell’identità culturale, della storia. Fare scavi clandestini, possedere oggetti antichi senza che ne sia dichiarato il possesso a norma di legge, è un reato punito penalmente. È una ferita al patrimonio di tutti, alla conoscenza, alla possibilità di crescere per la comunità e di vivere nel rispetto reciproco per ogni suo membro. I beni che sono andati all’estero e che possiamo ammirare nei musei stranieri raccontano lo spirito dell’epoca in cui sono stati trovati e la loro presenza in quei musei oggi può renderci fieri quando andiamo a visitarli. Ma questo orgoglio deve tradursi nel rispetto delle leggi che tutelano quei beni in patria, al fine di farne strumento di ricchezza per tutti e non semplicemente soprammobili per pochi stupidi fanatici.

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