Da “riserva” a titolarissimo Armando Della Pia si racconta

di

di Raffaele Somma Davide Somma
e Pasquale Foglia

A distanza di due anni dall’ultima edizione della festa dei gigli, avviamo con il numero di questo mese una rubrica, nella quale diversi personaggi dell’attuale festa si racconteranno, e daranno un loro punto di vista su diverse tematiche.

-Iniziamo oggi con Armando della Pia, paroliere e cantante della festa.

Armando, raccontaci come hai iniziato e come si è sviluppato il tuo percorso.

-Qual è il tuo ruolo nella festa dei gigli?

Sono cantante e paroliere, ma nasco come paroliere “di riserva” dei F.lli Forino.

Loro credono in questo ragazzino, ma non ci puntano subito. All’epoca c’erano i mamma santissima delle canzoni dei gigli. C’erano tutti i migliori.

I Forino mi fanno esordire a Mariglianella del 1999. Sono l’ultimo paroliere nolano dello scorso millennio. Come cantante invece esordisco con il Panettiere 2011, ma mi ci trovai per caso. Non era in programma farlo.

-Hai scelto di fare il paroliere o hai iniziato per caso?

Ho iniziato per passione. La passione c’è sempre stata.

Un giorno faccio ‘filone a scuola’, come si dice, e vado a rifugiarmi sopra casa di Felice Forino. Lui stava facendo delle canzoni e io andai a sentire. Quando vado via, dimentico il mio diario a casa sua. Lui spulcia nel mio diario e trova delle cose scritte che gli piacciono. E così nasce Armando della Pia: dal diario dimenticato a casa dei F.lli Forino.

-Parlaci un po’ del tuo percorso

Come cantante invece inizio con l’Insuperabile Barrese. Inizio drammatico (ride). Drammatico perché nella sala di registrazione io sono un pignolo, un guastafeste. Tutto deve essere fatto con un’estrema inattaccabilità. Per cui tutti quelli che da me in sala erano stati criticati e giudicati prima (pure i grandissimi), si ritrovavano ora a giudicarmi (ride ancora). Poi il pubblico insuperabile è un pubblico grande e clamoroso. E i numeri di quel pubblico, li ho ritrovati oggi nel mondo Stella. Quando nomino la stella mi brillano gli occhi. E’ una delle mie più grandi soddisfazioni artistiche. Già nel 2011 feci il paroliere per la Stella, con Cesarano; sono poi l’autore di Hyria, 2006, e Una storia importante, in occasione dei 25 anni della paranza Stella. Nei grandi appuntamenti poi è stato un caso che mi ci sia ritrovato.

Per i 40 anni della paranza Stella credo che sarò cantante, paroliere e ormai un caporale aggiunto sul giglio.

-Al paroliere è dato il compito di scrivere le canzoni. Come nasce una canzone?

Eccolo qua (ride, indicando pile di fogli sul tavolo). Io studio una tematica, chiamo i miei compositori e gliela sottopongo. In questo modo escono idee da abbinare anche musicalmente. Per esempio I cinque sensi, con Franco Forino, nata per spiegare se i cinque sensi potessero accostarsi alla festa. Spesso e volentieri capita anche che i compositori mi chiedano se abbia già idea di qualche melodia.

Quindi elaborata la tematica, il testo e la musica, si fanno entrare le parole. Poi chi lavora con me sa che non può partire senza la tematica.

Molti poi ti rendono anche le cose facili per la loro bravura, come appunto i Forino, ma anche Franco Manco e tanti altri. Ma voglio ricordare in particolare anche e soprattutto un fenomeno quale è stato, ed è tuttora, Luigi Giannino, un vero e proprio maestro e conoscitore di musica.

-Nelle canzoni che scrivi c’è una tematica ricorrente?

Le tematiche non esistono. A Nola la tematica è una sola ed è San Paolino. Io cerco sempre di dare una notizia di San Paolino che i nolani non conoscono. Qualcuno ha provato a scrivere canzoni che avessero altri temi, fallendo, poiché il centro delle nostre opere deve essere il Santo.

-Quanto peso ha il valore culturale della festa dei gigli nelle canzoni che scrivi?

Il massimo peso possibile. Devi considerare che io mi ritengo ignorante, sempre più ignorante. Quindi do modo alla festa di acculturarmi. Io mi acculturo attraverso quello che voglio dare alla festa. Io voglio migliorare me stesso per la festa, perché so che migliorando me stesso, ogni volta posso migliorare una canzone da dare alla mia festa. Io sono rimasto chiuso in chiesa 24 giorni per scrivere l’amico di Bordeaux, per scoprire tutto. Prima di scrivere Hyria nel 2006, pochi sapevano che Hyria in realtà fosse Nola. Io ho citato il vero nome di San Paolino, Ponzio Meropio Anicio Paolino, e pochi lo conoscevano. Il sabato dei comitati si regala il “Pomean”, da 40 anni, fuori alla statua di San Paolino, da parte della famiglia Cassese e nessuno si è mai chiesto, prima dell’amico di Bordeaux, perché si chiamasse Pomean (Ponzio Meropio Anicio Paolino).

Io credo che, se si parla di cultura, ho dato il mio contributo a questa festa.

-Come può una persona senza esperienza scrivere una canzone e portarla all’attenzione di tutti?

Quando la festa ancora non si era fermata, qui a casa mia era un via vai continuo: uno al giorno voleva essere attenzionato.

Oggi nella festa si va dall’amico che è vicino al maestro di festa. Il punto è che ciò è un vero e proprio mostro. Non bisogna voler avere il successo subito, non bisogna sentirsi parolieri con pochissima esperienza. Bisogna sì trovare chi ti dà la chance, ma molti vogliono sentirsi il mito del momento piuttosto che dare qualcosa alla nostra festa. Io ho fatto tutto non per sentirmi forte, perché io la gavetta l’ho fatta, e prima di fare tutto ciò, ho buttato più di 130 canzoni. Poi è successo ciò che è successo nella mia vita.

Bisogna donarsi per la festa e mai il contrario.

-Ultimamente si parla spesso del fatto che le nuove generazioni perdano sempre di più interesse e passione nei confronti della festa. Secondo te, quale potrebbe essere un modo per rendere più partecipi i giovani?

 Bisogna dare la festa ai giovani. Il punto è che questa domanda che mi fai oggi si fa da un secolo. Ti rispondo con una canzone del 1976:

 “ Felì, ti vogl bene e tu o saj quant, je so venut ca pe’ na ragion, stu popol se fatt malament, e nun me vo ben chiù comm a na vot.

To giur je ca ta salv a sta person, ma tu me a fa nu giglio tutt e fed, nu vogl cap rott e insaguinat,  femmn annur e sciabl schiarat, vogl che a purtà a me ngopp a sta cimm, e sott addà cullà chi me vo ben, chest t’arraccuman sient buon, nun famm mparadis ntussecà”.

Come vedete, queste tematiche già c’erano quasi 50 anni fa, ma nel nostro cuore non può morire questa festa. Come si avvicinano i giovani? Dando la festa ai giovani. Finchè ci saranno persone che non accettano che il loro tempo è passato la festa non potrà migliorare.

I giovani vanno educati da chi si sente giovane nella mente e nell’anima.

-Grazie Armando per la tua disponibilità.

Grazie a voi.

Congedato Armando, dopo un po’ ci ha richiamato, volendo concludere in questo modo:

“Tino Simonetti una volta disse: Chi scrive di San Paolino, e ne scrive male, sta guastando un santo che per secoli ha fatto grande questa città. Queste parole per me sono state molto importanti.”

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