Una “Festa sospesa” e l’occasione mancata delle operazioni museali.

di Elisabetta Nappo

Per sua natura, la Festa, patrimonio immateriale nell’espressione di un’invariabile “che non ha mai smesso di variare”, da parte di noi studiosi delle sue manifestazioni contemporanee più significanti di ri-vitalizzazione e ri-funzionalizzazione, negli ultimi tempi, è divenuta oggetto di un’indagine antropologica molto proficua. L’abbandono di termini quali “folklore” e “popolo”, e di una prospettiva che nella fissità dei suoi repertori l’aveva ingiustamente confinata, i nuovi approcci antropologici hanno indirizzato i suoi studi verso processi riguardanti la sua rilevante e naturale evoluzione, lasciando ampio margine a nuovi confini da esplorare. Eppure, da circa due anni, ci troviamo a fare i conti con una Festa che “non c’è”, pur manifestandosi, in taluni ambienti artistici e culturali, più vivace ed eclettica che mai. Tante le iniziative culturali, che nel corso di questi lunghi mesi si sono avvicendate nel panorama giglistico campano. Un plauso va sicuramente al Mondo Stella, che nell’avvio di un progetto ambizioso, a carattere sociale e di notevole interesse per la Festa di Nola, promosso dalle associazioni “Stella Academy”, “Caciotta Family” e “Paranza Stella Nolana”, coniuga “territorio” e “comunità” lungo le direttive di un percorso artistico, ludico, e culturale, indirizzato alle nuove generazioni. La Festa quale patrimonio inestimabile di una comunità, che nel microcosmo della paranza esplica i suoi valori più autentici.

Tuttavia, da parte di noi studiosi, nella rilevanza socio/antropologica dell’universo festivo, bisogna dover fare i conti finanche con criteri dissonanti, che determinano, fattivamente, limiti culturali evidenti.

Senza scomodare le teorie dell’antropologo Gianluigi Bravo sul concetto di “pendolarità” tra formazioni sociali, nella rivitalizzazione del bisogno “rituale” sullo studio della Festa, vige la necessità di costatare un approccio interpretativo, ad personam, da parte di determinati gruppi culturali, che senza nessuna malafede, o fumose dietrologie, e questo va sottolineato veementemente, relegano il valore storico/antropologico del momento “festivo” in ambiti di scarso interesse teorico.

Già alla fine degli anni ‘60, uno dei demologi più importanti del panorama internazionale, circa la circolazione dei fatti culturali, e i dislivelli di cultura, Alberto Mario Cirese, espose delle teorie fondamentali, confluite poi in uno dei volumi più importanti dell’antropologia italiana: Oggetti, segni, musei. Sulle tradizioni contadine, pubblicato da Einaudi, nel 1977.

Nel saggio: Le operazioni museografiche come metalinguaggio l’attenzione dell’antropologo abruzzese è rivolta all’allestimento di spazi museali, cui viene attribuito finanche un “ruolo di raccordo di propulsione della ricerca”. Cirese identifica i “musei come luoghi di programmazione […] come laboratori di elaborazione e di presentazione”, che attraverso un linguaggio metalinguistico accentuino l’impiego di un percorso multimediale, nella previsione dell’ausilio di sale d’ascolto specializzate, e le proiezioni di video, poiché “i telai sono fatti per tessere e non per restare immobili”.

Nell’ambito del patrimonio immateriale dei Gigli, l’applicazione delle teorie ancora attualissime di Cirese definiscono quanto davvero siamo dinanzi ad un’occasione persa, in questo momento di sospensione festiva, circa l’allestimento di operazioni museali e di mostre itineranti, che non si presentano luoghi in cui il codice patrimoniale della Festa sia privilegiato. La Macchina/Giglio si svela quale espressione estrema del rito processionale: senza il Giglio non c’è Festa, e nel caso in cui la Festa non possa esserci, appare necessario individuare un metodologia di genere che non immobilizzi, o tenda a relegare ai margini, il cuore pulsante di una patrimonio immateriale festivo.

E così come i telai non erano fatti per restare immobili, allo stesso modo la Macchina/Giglio non  è fatta per essere relegata in una teca di cristallo di un museo, o in una sala di una mostra itinerante, senza un apporto multimediale, attraverso postazioni visive e sonore che le rendano “vita” e soprattutto giustizia.

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