San Felice di Nola La storia del patrono della nostra città

Di Don Mimmo De Risi

Secondo una tradizione immemorabile San Felice subì il martirio verso la fine del primo secolo (95) durante la persecuzione di Domiziano. Il martirologio geronimiano (sec. VI) ricorda il “Natale Felicis de ordinatione episcopatus” il 27 luglio ; il calendario marmoreo di Napoli (sec. IX) ne fa menzione il 20 luglio; i calendari mozarabici, in uso in Spagna per la Chiesa visigota, lo ricordano con il titolo di “episcopus nolensis”. L’attuale data di celebrazione (15 novembre) si trova invece in alcune recensioni della passio del santo. La passio, che nella stesura originaria della Reda-zione Nolana potrebbe farsi risalire a un periodo anteriore alla guerra greco-gotica (535- 553) narra che il giovane Fe-lice, fin dall’età di quindici anni, sostenuto dalla Parola di Dio, si distinse per il dono delle guarigioni, la lotta contro i demoni e il coraggio nel testimoniare la fede. La sua castità, la sua prudenza e saggezza indussero in seguito i fedeli della nascente comunità cristiana ad acclamarlo come loro vescovo, con una procedura che fa supporre una forma embrionale e piuttosto spontanea di organizza-zione fondata su un collegio presbiterale. Esposto ai leoni nell’anfiteatro e uscito indenne dalle numerose torture, alla fine venne decapitato insieme a nume-rosi fedeli da lui conquistati alla fede di Cristo. Il suo corpo, esposto agli uccelli e alle bestie dei campi, fu sottratto dal prete greco Elpidio e sepolto “in ecclesia in civi-tate Nola”. La dizione, in verità, suona alquanto strana, se si tiene conto che prima della pace di Costantino (313) non esistevano luoghi di culto pubblici. Il redattore della passio, tuttavia, lungi dall’es-sere caduto in un grossolano anacronismo, ha probabilmente riportato un lacerto di tradizione che faceva riferimento non ad una “ecclesia” come luogo di culto pubblico, ma, più verosimilmente, ad una “domus ecclesiae”, a una casa (domus) in cui si riuniva la comunità cristiana (ecclesia). Le indagini archeologiche recentemente condotte nella Cripta della Cattedrale, dove è venerato il luogo di sepoltura del proto vescovo, sembrano confermare questo dato. Infatti, il muro dal quale scaturisce due volte l’anno (15 novembre e 8 dicembre) la “manna” , appartenente a una domus romana, all’esame radiocarbonico risulta della fine del I-inizio del II sec. d. C. Lo stesso muro conserva tracce di intonaco affrescato risalenti alla seconda metà dello stesso secolo, probabile indizio del nascente culto verso san Felice. Se si tiene conto che l’altezza del muro, ancora oggi supera di cm 38 il livello di calpestio di Piazza Duomo, si deve concludere che trattasi di una memoria funeraria tenacemente custodita fin dalle sue origini. Alcuni storici (non locali) rifacendosi alle opere di san Paolino per ricostruire la sto-ria della chiesa nolana nei primi secoli, non trovando in esse alcun accenno al ve-scovo Felice, hanno ritenuto che egli fosse un personaggio creato dallo “sdoppia-mento” (!) del prete Felice cantato da san Paolino. Va infatti rilevato che Paolino nei suoi scritti (almeno in quelli pervenutici) non parla affatto della storia della chiesa nolana né delle sue celebrazioni, se non di quelle collegate al culto del prete Felice (nonostante egli la presenti già ben strutturata all’epoca del prete Felice), limitandosi a citare solo quei vescovi che avevano a che fare con lui o con questo santo, vale a dire i vescovi Massimo, Quinto e Paolo. A ciò si aggiunge che san Felice protovescovo molto probabilmente apparteneva al clero di rito greco, mentre è certo che Paolino fu un forte assertore del rito latino. Anche questo, forse, potrebbe motivare il suo silenzio sul protovescovo . La teoria dello “sdoppiamento” quindi è una assurdità, per-ché pretenderebbe che la chiesa nolana abbia venerato la stessa persona col nome di prete e col nome di vescovo! Secondo la passio san Felice avrebbe trovato la morte «ad locum, qui dicitur Palma» , che potrebbe essere l’odierna Palma Campania, ma questo è un ulteriore filone di indagine .

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