Le Festa che c’è e che sempre sarà.

di Patrizia Nardi

Mi si era parlato a Napoli della festa di San Paolino a Nola e mi si era anche assicurato che meritava di essere veduta. Ero appena entrato a Nola che mi colpì la vista una strana cosa, della quale non avevo ombra d’idea e che mi fece dubitare di trovarmi piuttosto nelle Indie, od al Giappone, che in Italia, nella Campania. Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d’argento, portata sulle spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne, decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e coperta ai due lati di numerose bandiere. Giunta poi ogni torre davanti alla cattedrale, incominciava uno strano spettacolo, imperocché ognuna di quelle moli grandiose si dava a ballare a suon di musica. Precedeva i portatori un uomo con un bastone, il quale batteva il tempo, e le torri seguivano quello. Il colosso oscillava e sembrava ad ogni istante che volesse perdere l’equilibrio e cadere; tutte le figure si muovevano, le bandiere sventolavano; era un colpo d’occhio fantastico”.

(…)

Appena entrato nella città fui colpito da uno spettacolo mai visto prima d’allora. Vidi, retta da facchini, una altissima torre, rivestita di oro scintillante, di argento e di rosso; era alta cinque piani, elevata su colonne, adorne di fregi, nicchie, archi e figure, guarnita ai due lati da bandierine colorate e ricoperta da carta dorata e di coperte rosse e variopinte. Scintillavano nel loro rosso metallo le colonne; le nicchie a fondo d’oro, decorate con i più strani arabeschi, le figure, i geni, gli angeli, i Santi e i cavalieri vestiti di costumi a vivaci colori. Collocati in piani sovrapposti avevano in mano cornucopie, mazzi di fiori, ghirlande o bandiere. Era un agitarsi, uno sventolare continuo, dato che la torre oscillava di qua e di là sulle spalle di circa trenta portatori. Nel piano più basso sedevano ragazze incoronate di fiori, al centro un coro di musicanti con trombe, timpani, triangoli e cornette eseguivano una musica assordante”.

Quando Ferdinand Gregorovius, storico, intellettuale e medievista tedesco, scrive della “festa di San Paolino a Nola” nei suoi “Wanderjahre in Italien” a metà Ottocento, il motivo del tripudio di musica, colori, persone  – oggi parleremmo di comunità festiva della Festa dei Gigli nel Giugno Nolano  – era noto da secoli: la generosità del vescovo di Nola, Paolino, che durante le invasioni barbariche  offre i suoi averi e la stessa sua persona in riscatto dei prigionieri e dell’unico figlio di una vedova nolana. Dalla prigionia africana sarebbe tornato Paolino su navi cariche di grano, insieme ai prigionieri nolani. Tra ali di folla festante e gigli profumati, nel solstizio d’estate, come ci piace immaginarlo.

Storia, novella. Suggestioni di un passato millenario che ci viene narrato da Papa Gregorio Magno nel V sec. d.C., da Padre Rodolfo del Convento di Sant’Angelo in Palco di Nola  nel ‘300, dallo storico Ambrogio Leone nel ‘500, da padre Gianstefano Remondini nel ‘700, da Gregorovius nell’Ottocento. Sono loro a farci immaginare una magnifica festa in onore di San Paolino al quale la Città ha offerto, nel tempo, fiori, ceri, palchi, maj. Fino ai maestosi Gigli -dell’antico saper fare artigiano legato alla lavorazione della cartapesta- offerti al voto, cullati e fatti danzare per ore da tutte le antiche corporazioni artigiane e, più inclusivamente, da tutta la Città per la Città e per il mondo intero. Patrimonio culturale fortemente connesso all’identità nolana ma anche Patrimonio UNESCO, dell’Umanità intera, che va salvaguardato e tramesso alle giovani generazioni con costanza, continuità, passione, generosità. Complesso di qualità molto evidenti nella comunità festiva nolana dove l’amicizia sociale e la solidarietà sono principi ben chiari, alla base della vitalità di un patrimonio arrivato quasi integro alla soglia del terzo millennio. Un bene prezioso, frutto della condivisione, dell’abitudine a guardare al collettivo, oltre il particolare. Il Giglio sulle spalle lo si porta tutti insieme, con lo stesso passo, abbracciati. O non lo si porta. Resta immobile, nella sua maestosità. Si fa osservare e ammirare, ma un Giglio che non danza non crea comunità.

Ed è proprio questa generosità che ha permesso a Nola di superare il dolore dell’assenza che il Covid ha imposto alla festa e ai suoi pregnanti significati sociali e a trasformarlo in energia creativa. Sono state decine e decine le manifestazioni e le attività che, on line e in presenza, hanno ritmato quest’anno di vuoto. Sono tantissimi gli eventi, belli, del Giugno Nolano, che riunisce istituzioni, comunità festiva, cittadini attorno all’esigenza di sentirsi ed essere comunità anche se la festa non c’è, di sciogliere un voto antico, di celebrare la propensione alla generosità che leggiamo nella storia di San Paolino e nella storia della Città. E’ questa generosità, questo filo invisibile che lega i nolani tra di loro e alla Rete delle grandi Macchine a spalla che ci ha consentito di raggiungere, insieme, obiettivi insperati e di superare le difficoltà e le incertezze della dura prova a cui tutti noi siamo stati sottoposti.

Oggi siamo più ottimisti. Guardiamo oltre, guardiamo al prossimo anno, al ritorno delle feste sulle piazze dei nostri centri storici. Immaginiamo il ritorno delle centinaia di migliaia di persone attirate dalla meraviglia che destano le nostre feste, espressione magnifica della cultura della tradizione mediterranea. Pensiamo al ritorno di San Paolino a Nola su navi piene di grano, simbolo di operosità, di rinascita, di vita. E siamo pronti, più di ieri, a riprendere il nostro cammino, con la responsabilità che contraddistingue il nostro fare e consapevoli del significato di essere depositari di uno straordinario patrimonio culturale immateriale italiano e di un Patrimonio UNESCO, che sempre dovrà continuare ad essere luogo di confronto, di amicizia e di pace.

Ad majora Nola.

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