Un giorno racconteremo.Le feste della Rete al tempo del Covid.

Di Patrizia Nardi

Un incubo. Mai avremmo potuto immaginare che la trama di un film apocalittico con epidemie da virus potesse diventare realtà. Uno di quei film in cui l’umanità muore, le città si svuotano, la vita si ferma.

Eppure tutto questo è successo. Dal febbraio dello scorso anno il Covid 19, visus subdolo e cangiante, ha impattato violentemente sulla vita degli individui e delle comunità, sui ritmi della loro “normale” quotidianità alla quale sono stati sottratti affetti in numeri insostenibili, occupazioni, lavoro, finanze, economie familiari. L’Italia è stato uno dei Paesi dell’Unione Europea maggiormente colpiti e si è presentata impreparata nei giorni più bui della crisi, in cui lo sgomento ha afferrato tutti davanti al simbolo della gravità di una situazione mai neanche immaginata: le città deserte, le piazze e le strade vuote, gli aerei a terra negli aeroporti, i treni fermi nelle stazioni, i porti chiusi. E soprattutto il silenzio, irreale, interrotto dalle sirene delle ambulanze. Niente più traffico, niente più rumori ambientali, se non le voci della natura che riconquistava i suoi spazi sonori in giornate tutte uguali, nel chiuso delle case a proteggerci da qualcosa di sconosciuto e di terribile.

E’sparita l’umanità dalle piazze e con essa tutto ciò che deriva dalla sua creatività, dalla relazione fisica tra le persone, dal dialogo. Un colpo al cuore per l’Italia al centro del Mediterraneo, abituata alla convivialità della relazione, nelle vie strette dei suoi borghi, dei suoi centri storici, delle sue città d’arte.

Tutto sparito, come è sparita la bellezza delle feste della Rete delle grandi macchine a spalle italiane dalle piazze e dalle vie di Viterbo, di Sassari, di Palmi, di Nola e di Gubbio.

La Macchina di Santa Rosa è rimasta nei depositi: non è stata posizionata alla “mossa” a San Sisto per il “sollevate e fermi” e  non ha fatto il suo splendido e suggestivo percorso illuminata da lumini, oltre i tetti delle case del centro storico la sera del 3 settembre, nella città al buio, sulle spalle dei Facchini. Silenzio.

I Candelieri non hanno danzato tra nastri colorati per la Madonna dell’Assunta, al suono dei pifferi e dei tamburi, seguiti dai gremianti lungo il Corso Vittorio Emanuele nel cuore della città di Sassari. Il voto a santa Maria è stato sciolto con i Candelieri fermi, in un’atmosfera carica di sentimento. Silenzio.

L’animella della Varia di Palmi, la bambina “svettante” su una nuvola di cartapesta che porta in cielo l’Assunta, non ha fatto il secolare volo sulla città ai suoi piedi, portata dai Mbuttaturi. I balconi non sono stati imbandierati, niente tamburi, niente bande.

I Ceri di Gubbio sono rimasti fermi, non hanno corso per le stradine medievali della Città di Pietra, non hanno conquistato il Monte Ingino. Una tradizione consolidata, ininterrotta dal 1160, sparita. Niente mazzolin di fiori, niente taverne, niente balli,  niente cavalli, chiarine e Capitani del Popolo.

E poi i Gigli, soprattutto la loro importantissima fonosfera. Le musiche, i canti. Gli obelischi millenari per San Paolino che uniscono un mondo nella stessa piazza, senza distinzione di nessun tipo, in un afflato di amicizia e di fede, non si sono ammirati nella loro colorata e creativa bellezza, non hanno fatto le loro girate. Non si è sentito il frastuono delle strutture di legno vuote dai loro rivestimenti, impattare con i sanpietrini di Piazza Duomo, nell’ultimo momento della festa che “tann’ nasce, quann more”, nei celebri versi di Felice Iorio e nel cuore e nella mente di ogni nolano.

Un silenzio assordante, che abbiamo voluto interrompere, in piena pandemia, con un progetto unico nel suo genere: “Il nostro tempo infinito e sospeso”, che abbiamo realizzato- capofila il Comune di Sassari- con i fondi della L.77/2006 che finanzia la tutela e la salvaguardia dei siti e degli elementi UNESCO e fatto in collaborazione con l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, che ha avuto l’obiettivo di “restituire” le feste alle loro piazze e alle loro comunità attraverso una suggestiva forma di arte visiva con proiezioni sui palazzi e sulle chiese dei centri storici, chiamando la tecnologia a supporto della cultura della tradizione e delle radici del passato filmate da Francesco de Melis e proponendo uno spaccato peculiare, che ha riproposto patrimonio culturale, comunità e folle in una sovradimensione suggestiva, coinvolgendo emotivamente tutti.

Solo un omaggio, da parte del coordinamento tecnico-scientifico della Rete, a quanti in questi anni hanno corrisposto all’idea visionaria di far diventare queste straordinarie espressioni della cultura della tradizione mediterranea Patrimonio dell’Umanità, a coloro che si impegnano quotidianamente per salvaguardare questa enorme bellezza che tutti abbiamo la responsabilità di custodire per le nostre future generazioni, in un tempo che auspichiamo possa essere migliore di quello che stiamo vivendo. Grazie.

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