Tra sofferenza e incredulità in attesa del ritorno di ‘Rosa’

Il Trasporto della Macchina di Santa Rosa trae le sue origini dalla processione voluta da Papa Alessandro IV, il 4 settembre 1258, nel corso della quale venne traslato il corso incorrotto di Santa Rosa, che giaceva nella chiesa di Santa Maria in Poggio (attuale Chiesa della Crocetta) dal 6 marzo 1251, data del suo transito.

Alessandro IV, si narra volle con grande convinzione la traslazione del corpo della Santa poiché ricevette in sogno Santa Rosa che lo pregava di riportarla a casa. La sua casa infatti si trova a ridosso dell’attuale Santuario che all’epoca prendeva il nome di Chiesa di San Damiano, al cui interno si trovavano le suore damianite. In seguito la struttura religiosa e il corpo della Santa vennero affidate alla custodia delle Clarisse.

La processione del 4 settembre 1258 avvenne in forma strettamente religiosa con il feretro portato a spalla da quattro cardinali.

Dal 1258 in poi ogni anno venne celebrata una processione a memoria della traslazione, ma solo nel XVI secolo, con le processioni delle luminarie, voluta da Agostino Almadiani, la cerimonia iniziò ad assumere una rilevanza maggiore tanto da divenire la festa religiosa più importante. Ogni anno venivano portati in processione religiosa baldacchini in cui era rappresentata la figura di Rosa e dei suoi miracoli. Tali strutture nel corso dei decenni e dei secoli vennero ad assumere dimensioni sempre maggiori, soprattutto in altezza, fino ad arrivare ai 30 mt dei giorni d’oggi.

Si suppone che i portatori delle macchine fino alla fine del XVII secolo fossero religiosi o appartenenti a congregazioni religiose, Dalle più recenti immagini e data la dimensione strutturale e ponderale si nota che a portare le macchine sono stati i Facchini di Santa Rosa, che nelle varie immagini delle stampe sette-ottocentesche sono ripresi nella tradizionale divisa. Uomini, i Facchini arruolati tra le classi dei lavoratori, poiché avvezzi alla fatica; infatti si trattava di portare struttura alte 18-20 mt, interamente costruite in legno e cartapesta, quindi con un peso complessivo notevole, che oggigiorno con un’altezza di 30 mt, raggiunge e a volte supera, i 55 quintali di peso. Dal 1968 i Facchini e gli aspiranti sono sottoposti ad un test di forza che consiste nel trasportare sulle spalle una cassa dal peso di 150 kg per un percorso di ca. 90 metri.

Da rimarcare, oltre agli incidenti dell’inizio del XIX secolo (1801), in cui si verificarono dei decessi a causa di un incendio divampato nella Macchina e il conseguente panico scatenatosi tra la folla, nel 1967, con l’esordio di una delle Macchine più belle (volo D’angeli), si verificò un fatto inedito, ovvero la Macchina, per varie concause dovette arrestarsi a meno di metà percorso. Fu una vera e propria tragedia che fu superata solo l’anno seguente quando Volo d’Angeli riuscì ad arrivare alla meta (il Sagrato del Santuario di Santa Rosa), con grande tripudio e gioia dei fedeli, dei Facchini e di Viterbo tutta.

Nel 1986 la esordiente Macchina Armonia Celeste (altezza 34 mt, peso ancora da verificare ma si parla di 80 q.li) ebbe una paurosa sbandata proprio di fronte al Santuario di Santa Rosa, ma il coraggio dei Facchini sotto la guida di Nello Celestini e con l’aiuto di Rosina, riuscirono a portare a termine il trasporto.

Se il trasporto incompiuto del 1967 fu avvertito come una vera tragedia, il mancato trasporto del 2020 è stato vissuto con grande sofferenza e incredulità, tanto da lasciare tutti in una sorta di sbigottimento dal quale si potrà uscire solo quando la Macchina tornerà a procedere trionfalmente per le vie di Viterbo, con Rosa svettante sui tetti che benedice amorevolmente i suoi fedeli.

Non tante, infatti, sono state le iniziative a ridosso del 3 settembre: una messa Solenne il pomeriggio del 3 dedicata ai Facchini, la proiezione del Videomapping ed altre iniziative collaterali (Il cammino sulle vie dell’esilio di Santa Rosa) ed altre iniziative minori che a causa delle restrizioni del COVID non hanno potuto avere lo spazio e il pubblico che avrebbero meritato.

La comunità viterbese si stringe alle altre comunità in questo momento di grande incertezza e confida nel pronto ripristino della normalità, allorquando le nostre macchine torneranno a sfilare, ognuna con le proprie peculiarità, per le vie delle nostre città

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